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Wednesday, February 8, 6:29 am

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Potosì, fra la storia e la miseria.

Potosì è una città boliviana che sorge al centro-sud della nazione a circa 4000 mslm, è considerata una della città più alte del mondo. Conta attualmente con circa 130.000 abitanti.

A vederla è una città triste: immersa in questo altipiano brullo, con  le sue case e strade spesso sporche e fatiscenti. Differentemente, nel centro ancora si possono osservare i pittoreschi edifici coloniali segno di un ricco passato ormai andato. Già perché Potosi, con il suo Cerro Rico, ha fatto la fortuna della Spagna e dell’Europa per tutto il XVI e XVII secolo, inondando il vecchio continente con tali quantità di argento che le casse spagnole dovevano frenare l’immissione sul mercato per evitare che il prezzo del prezioso metallo potesse inflazionarsi a tal punto da valere meno del ferro. In quell’epoca Potosì arrivò ad essere una delle città più popolate al mondo con più di 200.000 abitanti. Cervantes, nel “Don Chisciotte” usa un’espressione ancora oggigiorno conosciuta in Spagna, “vale un Potosì!”, per dire che vale una fortuna.

La città fu fondata nel 1546 e si calcola che a quel tempo, sui pendii del Cerro Ricco, si poteva recuperare mezzo quintale di argento per ogni quintale di minerale, oggi a mala pena, nella zona più ricca, si estraggono 150-250 grammi ogni quintale. La montagna aveva tali risorse di argento, che agli inizi il minerale si poteva raccogliere semplicemente raschiando la superficie, oggigiorno il cono a cui somiglia sembra una forma di gruviera, scavata attraverso le circa 500 porte di miniera.

Di tutta questa ricchezza quasi nulla è restato in Bolivia, solo restano le morti dei tanti minatori, prima schiavizzati e poi costretti a lavorare per salari da fame, che sono stati sfruttati per secoli. Per un certo periodo si cercò anche di far lavorare schiavi africani, ma questi non sopravvivevano a lungo a causa dell’altitudine e del freddo, per cui si continuò con lo sfruttamento sistematico dei popoli andini.

Come ricorda Galeano nel suo “Le vene aperte dell’America Latina”, l’uso delle foglie di coca, inizialmente tacciato dalla Chiesa come pratica eretica e per cui vietato, fu liberalizzato proprio per far fronte alle ingenti fatiche dei minatori schiavizzati nelle miniere di Potosì: masticare le foglie attutiva i sintomi della fame e della stanchezza, e la stessa Chiesa riceveva un’imposta su tutta la coca venduta.

Oggigiorno, a parte qualche impresa internazionale, la montagna è scavata da cooperative di minatori, gente che viene dalle campagne intorno per cercare di fare un po’ di fortuna. Si associano in cooperative e possono guadagnare in media 1500 bolivianos al mese, circa 200 dollari americani, quando le cose vanno bene!! Ancora oggi la bola (palla) di coca continua a rigonfiare le guance di queste persone che fanno dentro-fuori dai fianchi di questa montagna a più di 4000 mslm. Le pareti delle miniere sono tinte di sangue di lama, sacrificato per propiziare la fortuna e aggraziarsi la volontà dei demoni che abitano il sottosuolo.

Nel mercato dei minatori la dinamite la si può comprare liberamente, assieme alle bottiglie di alcool puro e agli altri attrezzi necessari per il lavoro. Il cianuro, con altri prodotti tossici, viene usato per separare l’argento dai minerali a cui è legato. La silicosi e gli incidenti sul lavoro, abbassano l’aspettativa di vita dei quanti che lavorano nelle miniere a 40 anni!!

Il solfato d’argento, che si ottiene dalla lavorazione del minerale estratto, viene poi venduto all’estero a prezzi irrisori, e ancora una volta la storia si ripete, la fortuna viene estratta dalla montagna per viaggiare verso altri luoghi!!!!

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el Cerro RicoPotosìsulla strada per il Cerroall'uscita di una miniera

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