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El barrio Italia

A circa una decina di chilomentri dal centro di Sucre, proprio alle spalle dell’aeroporto, esiste un quartiere (barrio) chiamato “Italia”. Diverse volte, passando giusto sopra quei tetti di lamiera e quelle pareti in mattoni di argilla, mi sono chiesto  come  quelle case potessero sopportare le vibrazioni dei potenti motori dell’aereo. Mai avevo pensato che quel posto si potessere chiamare cosí!!!

Lunedì mi ha chiamato Riccardo, amico italiano responsabile di una ong italiana qui a Sucre, per chiedermi in prestito la bandiera che dal fortunato mondiale del 2006 sono solito tirare fuori durante le partite della nazionale. Mi ha detto che lo avevano invitato ai festeggiamenti del primo anniversario del quartiere che sarebbero stati il giorno dopo, il I settembre, e che gli avevano chiesto una bandiera italiana. Siamo rimasti d’accordo di andarci assieme e abbiamo invitato anche altri amici della sparuta rappresentanza italiana di Sucre: Roberto e Marco, ristoratori ormai da anni trapiantati nella città, e Laura, stagista che sta appogiando Riccardo nel suo lavoro.

Trovare il quartiere, fra le strade sterrate che a stento si riconoscono, non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti. La piccola popolazione del quartiere, circa 50 persone e per la maggioranza vecchi e bambini, stavano assistendo alla messa davanti una piccola tenda-riparo attrezzata per l’occasione nella “piazza” del barrio. Subito si è distaccato il presidente della Giunta dei vicini, Juan José, rappresentante ufficiale di questa minuta popolazione, vestito con la maglietta della nazionale italiana di calcio, per darci il benvenuto e farci accomodare nei posti d’onore, sotto la tenda e alle spalle del tavolo-altare e del prete.

Mentre i bambini ci osservavano curiosi, la maggior parte degli adulti quasi evitavano di fissarci, forse per non importunarci coi loro sguardi. Facce sporche, segnate dalla durezza della vita di chi, abbandonate le loro case e le loro proprietà in campagna, sono venuti in città in cerca di “fortuna” e ora vivono in condizioni forse peggiori di quelle che hanno lasciato. Questo quartiere, nonostante le condizioni estreme, ha almeno acqua e luce, a differenza di altri posti nella perifieria di Sucre : questo, forse, anche grazie al fatto che si trova proprio a metà strada fra l’aereoporto ed una caserma militare.

Finita la messa ci hanno ufficialmente accolti e, dalle parole (la maggior parte in quechua) dei pochi che hanno parlato, si è subito capito che il loro non era semplicemente un invito di cortesia ma che, invece, si aspettavano che potessimo far da tramite con le istituzioni italiane per aiutarli a risolvere un po’ dei loro problemi. In realtà non c’è stato molto tempo per approfondire le questioni che li affliggono, a parte una signora che ha sottolineato l’importanza di implementare delle piccole politiche di sostegno per donne e bambini. Con Riccardo e gli altri ci siamo impegnati a scrivere due righe sull’evento all’ambasciata italiana di La Paz,  e di includere dei suggerimenti per piccoli progetti (enormi per loro) che si potrebbero attuare: Juan José ci farà avere delle indicazioni dopo che si sarà confrontato con tutta la comunità ed aver assieme a loro stabilito le questioni da priorizzare.

Io ho deciso di regalare la mia bandiera a questo quartiere “italiano”, con la speranza che possa portar loro un po’ di buena suerte. Ci hanno offerto da mangiare, poi siamo dovuti ritornare ai nostri compiti.

Mentre ci salutavamo, il nuovo aereo del presidente Morales, costato circa 40 milioni di dollari, lasciava l’aereoporto!!

Ps – Con gli amici italiani abbiamo pensato di fare una colletta e portare al quartiere dei doni per Natale, se qualcuno fosse intenzionato a dare un piccolo contributo può contattarmi attraverso il blog (info@diarioboliviano.org).

La speranza è l’ultima a morire.

Esclusa un’occasionale pioggierellina in un giorno di luglio, a Sucre sono piú di quattro mesi che non piove. La forte siccità, un fenomeno che nella regione è aumentato per gli effetti del cambio climatico secondo le testimonianze e gli studi condotti, è un problema che in questo periodo dell’anno affligge diverse parti della Bolivia. La mancanza di acqua piovana, oltre a far diminuire il volume d’acqua destinato all’uso casalingo, facilita la concentrazione di polveri sottili nelle trafficate strade cittadine. Le misurazioni la settimana scorsa hanno rilevato concentrazioni fra 382 e 421 µ/m³, su un limite massimo di 260 (in Ticino i limiti sono fissati a 50 µg/m³!!!). Potete immaginare, quindi, la qualità dell’aria che in questi giorni stiamo respirando in città.

Purtroppo, un altro problema derivato dalla siccità è la mancaza di una “naturale” pulizia delle strade. È da dire che nelle strade dell’affollato centro, i numerosi “campesinos” (contadini) un po’ per i loro costumi, un po’ per la mancanza di bagni publici, sono abituati a fare i loro bisogni lungo le pareti o nei tombini. Purtroppo non ci sono politiche municipali atte ad incrementare il numero di bagni pubblici e quei pochi che ci sono si fanno pagare 50 centesemi o un boliviano per il loro utilizzo: una vera rapina viste le pietose condizioni igieniche e una cifra piuttosto alta per chi vive con 400-500 boliviani al mese ed è abituato a soddisfare i suoi bisogni all’aria aperta!!

E parlando di inquinamento non si può trascurare l’inquinamento acustico. In un post precedente già avevo menzionato l’assoluta indisciplina sonora (e non solo) degli autisti sucrensi, quindi non voglio soffermarmi più di tanto. Voglio invece citare uno studio condotto l’anno scorso sull’inquinamento acustico da traffico nella città, che ha evidenziato in città vi è una media (e sottolineo “media”) di 68 db, ben superiore ai 60 db stabiliti dalla Organizzazione mondiale della Sanità ma che rientra nei limiti previsti dalla legge boliviana: 68 db appunto. Ora che i boliviani siamo abituati a certi livelli lo constato quotidianamente dal volume degli stereo dei venditori di cd che affollano la strada del mio ufficio, ma purtroppo il piacere non è lo stesso per chi era abituato al senso civico e alle leggi delle nostre latitudini (e oltretutto viveva in campagna per fuggire i rumori della città!!). Però non si può trascurare certo il fatto, come la stessa OMS dice, che esponersi a lungo ai 70 db provoca seri danni all’udito e che livelli superiori ai 50 db determinano disturbi del sonno.

Quindi questa è la situazione che stiamo quotidianamente vivendo o, è il caso di dirlo, sopportando. Non vi stupirà che, dopo un mese passato in Europa, tutto questo possa leggermente stressarmi, ma cerco comunque di viverlo con ironia….e magari fra poco inizierò anch’io a fare la pipì per strada!

Ma, forse, qualcuno sensibile a queste problematiche esiste anche fra i boliviani. Un gruppo di studenti del mio corso in disegno di progetti per il  sociale sta appunto facendo una ricerca sulla spazzatura presente nelle strade della città per cercare di sviluppare un progetto di sensibilizzazione (da qualche parte bisogna pur iniziare). Spero davvero che con questi ragazzi abbiamo potuto costruire delle competenze e che questa idea possa sfociare in un buon progetto e rinforzare sensibilità ambientali della gente di questa che è ancora definita come “città bianca”: la speranza è l’ultima a morire, soprattutto per un volontario!!!

Principio Potosí

“Che succederebbe se sostituissimo l’ego cogito cartesiano  con l’ego conquiro di Hernán Cortes, o il principio della ragion pura kantiano con quello che Marx chiamò principio della accumulazione originaria? Che succederebbe se, al posto di iniziare la storia moderna nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale o nella Francia di Napoleone III, lo avessimo fatto nella America dei vicereami? Le risposte a queste domande ci offrono, senza dubbio, una prospettiva bastarda della storia e una visione spinosa e irreconciliabile della modernità che comunque sembra disegnare una genealogia molto verosimile dell’attuale mondo globalizzato. Il progetto Principio Potosì denuncia e rivendica allo stesso tempo le radici inconfessate di questa modernità bastarda.”

Questa è l’interessante prospettiva che ci ha offerto la visita dell’esposizione  Principio Potosí al Museo Reina Sofía di Madrid, una rilettura critica e politicamente impegnata delle dinamiche del capitalismo globale.

 

Principio Potosí:

12.5.2010 – 6.9.2010 Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid

7.10.2010 – 2.1.2011, Haus der Kulturen der Welt, Berlin

Principios de 2011, Museo Nacional de Arte y Museo Nacional de Etnografía y Folklore, La Paz