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Bolivia, fra passato e nuove opportunità.

Articolo scritto per  www.ilbernina.ch

La Bolivia ha la seconda riserva di gas naturale del Sud America. La produzione nazionale di petrolio raggiunge invece, secondo le statistiche nazionali purtroppo non sempre aggiornate, i 40’000 barili al giorno. Si calcola che attualmente la Bolivia stia sfruttando solo il 4% delle sue risorse idrocarburifere. Queste ricchezze si sommano alle altre ingenti risorse minerali presenti nel paese: soprattutto oro, stagno, argento e altri minerali. Il paese, inoltre, ha il più grande giacimento di litio a livello mondiale, nel Salar de Uyuni, la cui estrazione dovrebbe iniziare a breve (e per mano di un’impresa cilena!). Nel 2007 tutta l’industria estrattiva ha contribuito con circa 6 miliardi di dollari al PIL boliviano. Malgrado tutte queste ricchezze la Bolivia, dopo Haiti, resta il paese più povero del Sud-America, perché?

Secondo Roberto Galeano, l’America Latina deve la sua povertà proprio alla ricchezza della sua terra, e lo stesso ragionamento potrebbe applicarsi anche ad altri paesi “sottosviluppati”, soprattutto africani. Galeano afferma che con la scoperta e la colonizzazione del nuovo continente, gli europei applicarono una spietata politica di sfruttamento in America Latina proprio perché questa regione era molto fertile e ricca di materie prime. Se paragoniamo la parallela storia delle colonie del Nord-America, che non offrivano un’economia alternativa e complementare a quella dei paesi europei, ossia non godevano delle stesse risorse dei cugini del Sud, possiamo spiegarci l’attuale radicale differenza sul piano dello sviluppo socio-economico di queste due regioni.

Il tipo di gestione coloniale applicata nelle regioni del Nord, che ai tempi offrivano solo terre e niente più, permise già durante il periodo coloniale di iniziare a sviluppare una classe imprenditoriale che avrebbe poi dati lo slancio allo sviluppo dell’economia nazionale.

La presenza di queste ricchezze in America Latina richiedeva invece, secondo la visione coloniale, una politica di sfruttamento diretto ed una forma di assoggettamento spietato, per non correre il rischio che le colonie potessero ribellarsi. La maggior parte delle colonie dell’America del Sud ottennero l’indipendenza tra il 1810 ed il 1830 grazie alla spinta dei diretti discendenti dei colonizzatori, senza un’attiva partecipazione indigena. Proprio per la politica fino ad allora attuata, questa ristretta oligarchia non aveva ancora sviluppato una mentalità imprenditoriale, visto che nella maggior parte dei casi aveva semplicemente avuto un ruolo governativo-amministrativo, quindi continuarono ad attuare una politica di puro sfruttamento delle risorse umane e naturali anche dopo l’indipendenza, senza avvertire la necessità di curare l’economia interna stabilendo magari politiche protezioniste come stavano già facendo gli Stati Uniti.

La crescita economica si basò semplicemente sulla vendita delle materie prime, o dei diritti di estrazione delle stesse, ai paesi industrializzati, i quali a loro volta gli rivendevano i prodotti trasformati con enormi ricavi. Le grosse transnazionali spalleggiarono con tutti i mezzi le politiche autoritarie della classe politica dominante e spesso attuarono scelte spietate pur di continuare a godere di lauti guadagni o estendere il loro campo di dominio economico. La Guerra del Chaco, una delle più sanguinose guerre della storia boliviana, combattuta fra il 1933 ed il 1935 contro il Paraguay, fu direttamente appoggiata e finanziata da due compagnie petrolifere: la Standar Oil coi boliviani, la Shell per il Paraguay. Lasciò sul campo quasi mezzo milione di boliviani e paraguaensi.

Attualmente la Bolivia sta attraversando una fase politicamente interessante. Per la prima volta nella sua storia un presidente indigeno, Evo Morales , guida il paese e lotta nel nome dell’emancipazione e dei diritti delle classi storicamente oppresse. Nonostante le contraddizioni e le critiche alla politica del governo, alcuni risultati iniziano a vedersi.

Purtroppo la nazione ancora paga il prezzo di secoli di sfruttamento economico diretto o indiretto da parte di paesi o imprese straniere. Le politiche attuate fino a qualche anno fa, escludevano le masse popolari e indigene dalla partecipazione politica come dalla ridistribuzione delle ricchezze, lasciandole nella povertà e nell’ignoranza. Le rivendicazioni delle lotte popolari del 1952, ovvero eliminazione del latifondo e nazionalizzazione delle risorse, sono poi state cancellate dai continui colpi di stato e dai diversi governi che si sono succeduti.

Il paese, a mio parere, ancora non conta con una classe dirigente matura e preparata per gestire efficacemente il cambio. Il governo Morales, che gode del quasi totale consenso popolare, sta lottando per una maggiore distribuzione delle ricchezze, purtroppo non sempre con metodi efficaci e strategicamente produttivi. Il paese, per esempio, paga ancora il costo di un’industria interna quasi inesistente e poco fa per svilupparla: basta pensare che la Bolivia esporta il proprio gas in Brasile per poi, da questi, importarne i derivati, come le comuni bombole di gas.

In Bolivia, secondo le statistiche del 2007, il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e per il 37.7% la povertà è classificata come estrema. Eppure qualcosa sembra muoversi, se pensiamo che solo nel 2000 la povertà toccava il 66.4%. La Nuova Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia sancisce diritti prima inesistenti e propone una partecipazione diretta del popolo, tutto, nel controllo della gestione pubblica.

Il paese vive una nuova alba politica alcune volte, però, viziata da una chiusura al dialogo con altri attori stranieri o interni che cercano di assumere posizioni critiche. Credo che il risentimento e i timori siano legittimi, ma lo sviluppo deve in qualche modo passare anche attraverso il dialogo e la cooperazione per superare gli ostacoli della storia e permettere, mi auguro, la formazione di un nuovo modello di sviluppo e gestione del paese.

Eventi Luglio 2010

Care amiche, cari amici,

In luglio rientreremo per un breve periodo e abbiamo organizzato delle serate per raccontare dal vivo la nostra esperienza.

Per il programma e le attività previste, potete andare sulla pagina EVENTI

Scontri a Sucre

Mentre scrivo, dalla finestra del mio ufficio arriva l’odore dei gas lacrimogeni che la polizia sta lanciando un paio di isolati più in là!

Già da qualche settimana l’atmosfera era abbastanza calda per via di chi voleva sospendere il neo eletto sindaco della città, Jaime Barron, e chi difendeva lui e il proprio voto.  Secondo la legge municipale boliviana, qualsiasi governatore soggetto a processo giuridico è sospeso dalla carica fino alla conclusione e in base all’esito del processo.  Il neo-sindaco, leader del movimento di centro-destra “País”, facendo invece riferimento alla NCPE difende il suo diritto ad esercitare la sua funzione fintanto che la magistratura non lo giudichi colpevole per i reati che gli sono contestati: nepotismo e appropriazione indebita mentre era rettore dell’università sucrense.

La questione certamente è ben più ampia e affonda le sue radici nei fatti del 2008, quando la popolazione sucrense scese in piazza contro il MAS che aveva interferito nel processo della Constituyente per cancellare la proposta di Sucre come capitale della nazione, ma anche nella storica posizione conservatrice e derechista della città. Nelle ultime elezioni di aprile, mentre a livello regionale c’è stata una forte affermazione del MAS, partito al governo, nella città ha vinto il centro-destra rappresentato da Jaime Barron. Ovviamente questa contraddizione socio-politica non poteva non portare a reciproci tentativi di destabilizzazione che sono sfociati nei fatti che stanno occorrendo.

Oggi, mentre pranzavamo, abbiamo iniziato a udire spari. La curiosità è stata troppa e non sono riuscito a restare in casa. Armato di macchina fotografica sono andato verso il centro, da dove proveniva il trambusto. Stranamente vedevo il resto della gente andare non-curante. Anche ad un solo isolato dal centro, tutti andavano tranquilli, e la sola differenza rispetto ad un qualsiasi giorno settimanale era data dal fatto che si ponevano fazzoletti sul viso per difendersi dai gas lacrimogeni che il vento disperdeva per le strade del centro. Nei pressi della Piazza 25 Maggio, sede del governo municipale, si concentravano gli scontri: i manifestanti, tutti poco più di ragazzini, armati di pietre, bastoni, petardi cercavano di spingere in là la polizia e occupare il palazzo. La polizia, da parte sua, reggeva alle provocazioni per poi caricare e sparare lacrimogeni. Alla fine i manifestanti ce l’hanno fatta e sono arrivati all’obiettivo. Qualcuno mi ha mostrato un proiettile di gomma, accusando la polizia di averne fatto uso. Donne portavano secchi d’acqua per spegnere i lacrimogeni che continuavano ad arrivare e bottiglie di aceto per inzuppare le maschere e smorzare l’effetto del gas. Gli scontri non sono ancora terminati e il gas circola ancora fra le strade.